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L’insegnante di Lettura

Giovanni Pacchiano [Sette, settimanale del Corriere della Sera, 4 novembre 2016]

L’insegnante di lettura.

Bisogna istituire una nuova figura, che consegni l’amore per i libri

Questo docente deve essere bravo

come un attore e trascinante:

allora perché non creare un “tutor” ad hoc?

Il nuovo dio della riuscita o del successo non guarda certo «il pedigrée di buone letture», commenta ironico Davide Rondoni, del cui libro, Contro la letteratura (Bompiani), abbiamo già parlato nelle precedenti quattro puntate della rubrica.

Così, oggi «la letteratura viene ridotta a un campo coltivato da anime belle» o cerca disperatamente di camuffarsi da scienza (cfr. le varie analisi testuali nelle antologie scolastiche).

Ma, sostiene con energia Rondoni, «la poesia e la narrativa sono roba che scotta. Parole che incendiano». Che toccano l’anima (per chi ancora ce l’ha). Che mettono insegnante e ragazzi di fronte al senso della propria esistenza. «Che provocano un movimento d’amore e di stupore». Basti leggere Dante o Leopardi o Montale, non per «definirli», ma per iniziare a prenderli con noi, a scoprire il loro segreto.

Per contro oggi, chiosa ancora Rondoni, la scuola bada soprattutto alle abilità standard, non si interessa (soprattutto agli esami di maturità) del «Coinvolgente rischio dell’interpretazione», del rapporto personale fra lo studente e il testo. Certo (condivido del tutto il pensiero di Davide), l’insegnante di letteratura «dev’essere bravo come un attore» e «trascinante». Ce ne sono ancora oggi in giro? Qualcuno, pochi.

Chi coltiva ancora, in classe, quella magnifica esperienza che è la lettura ad alta voce di una poesia o di un racconto? Per i ragazzi, è «la seduzione dell’ascolto». A patto che l’insegnante sappia leggere bene. Se no, aggiunge Rondoni, cambi mestiere. E guai all’insopportabile vezzo di oggi – insiste -: irridere la grandezza. Sminuirla. O irridere «la sete di felicità che trema e spinge in ogni essere umano», e che ritroviamo nella grande letteratura. Certo, in classe possiamo, di fronte a un testo, intraprendere analisi sociologiche, o etiche, ma si tratta di addenda. L’arte (si pensi a uno dei più grandi poeti, Baudelaire), «non ha per fine la moralizzazione».

Svegliare li demone. Ma vuole «esprimere la vita senza censure e rendendo il massimo di intensità del visibile e dell’invisibile». E la poesia? «La poesia è demone che lascia senza parole». Sicché, conclude, se è necessario che uno studente sappia almeno a grandi linee la storia della letteratura nazionale, il problema si presenta di fronte a un’attività di educazione alla lettura e all’interpretazione dei testi. Bene, dopo un tirocinio iniziale destinato a tutta la classe, sia il ragazzo a decidere se continuare o approfondire altre materie curriculari obbligatorie. Perché non tutti sono sensibili al daimon.

E qui parte la proposta di Rondoni. Istituire un ordine di insegnanti di lettura, ben preparati dalle università o da altri soggetti pubblici; «lettori esperti capaci di invitare al viaggio i giovani lettori inesperti». Utopia? Date le attuali metodiche vigenti nella scuola, temo di sì. Ma che almeno, aggiungo, nonostante l’impopolarità di cui gode oggi la lezione frontale, non scompaiano le figure di insegnanti-Maestri che trasmettano agli allievi la loro passione.